Somma Vesuviana, Enoteca Arci, giovedì 30 ottobre 2008
Noi, donne e uomini che abbiamo partecipato all'Assemblea costitutiva della Associazione per l’unità della sinistra di Somma Vesuviana, siamo impegnati nella costruzione di un nuovo percorso che ha l’obiettivo di rendere effettiva e partecipata l’unità della sinistra e degli ecologisti, non solo del nostro paese, ma di tutto l’ambito vesuviano. Sentiamo il dover di portare il nostro contributo perché l'Italia moderna, nata dalla Costituzione repubblicana, democratica e antifascista, ha bisogno di una sinistra politica rinnovata. Il mondo chiama a nuove culture critiche, che conservino, però, la memoria del passato e tengano lo sguardo rivolto al futuro.
“TintadiRosso” – Associazione per l’unità della sinistra, oggi parte. Crescerà attraverso un processo popolare, democratico e partecipato, aperto alle adesioni, per radicarsi nella storia di tutto il vesuviano. L'ambizione è quella di costruire una forza grande ed autonoma, capace di contrastare le derive populiste e plebiscitarie, figlie di una politica debole e della separazione tra potere e cittadini. Una forza in grado di rendere l’Associazione protagonista dell’attività sociale, politica e culturale di Somma Vesuviana, interna ai movimenti, collegata ai gruppi e ai partiti più importanti della sinistra e dell'ambientalismo in Italia e in Europa. Noi, partecipanti all'Assemblea costitutiva dell’Associazione, ci rivolgiamo al popolo della sinistra, a tutte le singole persone che vogliono partecipare attivamente alla costruzione di una nuova opportunità per Somma Vesuviana. In una discussione aperta e libera sulle idee, gli obiettivi, i programmi, le forme di organizzazione.
Venite, diventate parte di un progetto che vuole cambiare profondamente la situazione sociale, politica e culturale di Somma Vesuviana
giovedì 30 ottobre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
Quarant'anni dopo
Nel 1968 avevo vent’anni. Mi ero appena trasferito dall’Università di Bari al Magistero di Salerno che era diventato statale da pochissimo, lasciandomi alle spalle il rinvio militare assicurato, un esame di Storia della letteratura italiana e quattro, interminabili viaggi nelle Puglie a bordo della vecchia “850” del compianto Leonardo Papagni, suonatore di pianoforte amico indispensabile, prima alle superiori e poi, per alcuni anni, all’Università. La sede del Magistero si trovava, allora, in pieno centro. La raggiungevo quasi sempre in autostop con la Napoli-Salerno, un po’ perché, spesso, la prima tappa erano gli uffici di segreteria che si trovavano a qualche centinaio di metri dal casello di Salerno, ma, soprattutto, per aggiungere le mille lire del biglietto ferroviario alle duecentocinquanta giornaliere che costituivano la mia “paghetta” settimanale. L’atmosfera che si respirava in quell’Ateneo, anche in quel periodo passato alla storia, era del tutto tranquilla, assopita, banalmente quotidiana. La maggior parte degli studenti era di chiara estrazione cattolica, per non dire conservatrice. Molti erano lì per conseguire il Diploma in vigilanza, una sorta di laurea triennale ante litteram che consentiva la partecipazione ai concorsi per Direttore didattico. I più anziani avevano cominciato la loro formazione in un Istituto universitario che, non essendo ancora statale, non consentiva eccessi di…laicità. Di quello che era già accaduto negli Stati Uniti e che, allora, stava accadendo in Francia, Germania e, di lì a poco, a Trento, a Roma e a Milano, ben pochi sembravano avere consapevolezza. A parte qualche tazebao sul Che o su Mao, sistemati alla meglio nell’androne dell’edificio e qualche sporadico tentativo di volantinaggio, la maggioranza degli studenti del corso di Pedagogia o di Lettere moderne, fece la conoscenza del “sessantotto” durante gli esami di gruppo, inaugurati a Salerno, nel 1969, dal grande Roberto Mazzetti, ad uno dei quali ho avuto l’ineguagliabile piacere di partecipare. Gli esaminandi venivano fatti accomodare, dal solerte assistente prof. Acone, in gruppi di dieci nella prima fila dell’aula. Mazzetti passeggiava avanti e indietro conversando/interrogando….e poi partiva indicando col dito ogni studente: 18… 21…. 25… 18…. 18…Insomma, se uno era sveglio e, approfittando dello smarrimento generale, cambiava di posto al libretto, passava da un 18 a un 25 con grande facilità. Naturalmente il “sessantotto” non penetrò nell’Università di Salerno solo con questo originale espediente didattico. I testi da studiare per quell’esame, infatti, erano “L’uomo a una dimensione” di Marcuse ( il vero guru della contestazione studentesca americana) e un poemetto in versi scritto dallo stesso Mazzetti con l’emblematico titolo di “Questa è la bara dell’Università”.
In quel periodo abitavo a Fuorigrotta e nel tempo libero dallo studio frequentavo un ristretto gruppo di amici, sempre gli stessi fin dai tempi della scuola media o delle partitelle a sei sul campetto delle Scuole Pie Napoletane. Sul finire degli anni ’60 i giovanotti che volevano atteggiarsi vestivano in un certo modo. Oggi va di moda il finto usato, allora, invece (almeno a Napoli), la regola era l’usato-usato, l’usato garantito.
I cappottini e le giacche di velluto a coste andavamo a comprarli a Resina.
Seguendo quelli tra noi più navigati, ci svegliavamo all’alba perché, come ripeteva sempre Giovanni Bollente, bisognava “arrivare propreto nel momento in cui quando aprono le balle…Ce simme spiegati? ” Per scegliere il meglio” aggiungeva Gennaro Zoccola (che, poi, da sposato cambiò il cognome facendosi chiamare Zorzi):
Di pomeriggio ci incontravamo nei giardinetti di Piazza San Vitale, sempre rigorosamente alle 18,30 quando io e Gennaro e qualche altro avevamo smesso di studiare e Giovanni Bollente, che era operaio in una ditta all’Ilva di Bagnoli, aveva terminato il turno e s’era fatto la mezza sciacquata. Ci sedevamo su una di quelle grandi panchine di ferro, proprio di fronte al Bar Galano; Gennaro sfogliava distrattamente Sport sud, io aspettavo il mio turno per farmi un tiro dalla super senza filtro di Giovanni. Guardavamo ‘e femmene che passeggiavano sempre, rigorosamente, almeno in coppia, litigavamo per Montefusco e Juliano, qualcuno si inventava trame di film mai visti…Poi tutto cambiò. Gennaro si scoprì missino e cominciò a frequentare il Fronte della Gioventù nella sezione del M.S.I di via Lepanto. Poco dopo io, Giovanni Bollente e il fratello Ciro ci iscrivemmo alla FGCI di via Cariteo. Ma lo facemmo così, giusto per accompagnare Giovanni che lo desiderava fortemente e anche perché quelli del quartiere che si incontravano all’azione cattolica dell’Immacolata erano noiosi e senza fantasia o, se proprio dobbiamo dire la verità, per una sorta di vendetta postuma contro padre Ciccone che, quando eravamo più piccoli, sistematicamente, se la prendeva sempre con Giovanni Bollente che, non avendo studiato il latino, non riusciva mai a recitare correttamente il Requiem Aeternum. Timidamente cominciammo ad assistere alle prime riunioni nella “…sezione comunista più forte, dopo quella di Bagnoli”: uno strazio indicibile! Giovanni pendeva dalle labbra dei diversi oratori, estasiato; Ciro fettiava quelle due o tre ragazze presenti; io mi domandavo perché mai mi trovassi lì e con lo sguardo cercavo invano, tra i tanti giornali e settimanali, sparsi qua e là sul tavolo, almeno una pagina, anche vecchia, di Sport sud. E intanto quelli parlavano di cortei, di Parigi, di Università occupate, di studenti e operai che dovevano unirsi nella lotta. E io pensavo alla paciosa e sonnolente Salerno, a quei quattro capelloni che si affannavano a distribuire volantini e, subito dopo, andare di corsa nell’aula per seguire la lezione
Poi una sera venne a parlare uno studente del Politecnico e io smisi di cercare quella famosa pagina di Sport sud. Quasi piangendo ci disse che il rettore dell’Università di Roma aveva chiesto l’intervento della polizia per far sgomberare l’università occupata, che c’erano stati degli scontri e che poi i neofascisti, guidati da alcuni parlamentari del MSI, avevano assaltato la facoltà di legge ferendo in maniera molto grave il leader del movimento studentesco Oreste Scalzone. Ci alzammo tutti in piedi; il frastuono delle voci e delle sedie spostate con violenza attirò l’attenzione di un gruppo di operai, tra cui Giovani Bollente, che stava tenendo una riunione sindacale nell’altra stanza; poi accorsero anche il segretario della sezione, quattro o cinque del direttivo e i due pensionati che si occupavano della diffusione de L’Unità. Lo studente del Politecnico non ebbe neanche il tempo di ripetere le notizie che già eravamo tutti in strada. Il segretario della sezione cercò, senza successo, la via della moderazione; poi, insieme ad un paio del direttivo, si distaccò dal corteo. Giovanni Bollente cominciò a gridare: “ A via Lepanto…Tutti a via Lepanto!”. Qualche negoziante spaventato abbassò la serranda; il piccolo corteo ( eravamo più o meno una ventina) raggiunse in pochi minuti il Politecnico e da lì, cresciuto di qualche unità, si diresse verso la sezione del MSI di via Lepanto. Il frastuono, il blocco del traffico e il vocione di Giovanni Bollente che continuava a ripetere: “ A via Lepanto…tutti a via Lepanto…”non potevano passare inosservati.
Quando arrivammo a via Lepanto i fascisti ci stavano aspettando. Sette o otto sul balcone della sezione ci dileggiavano, provocandoci col saluto romano e lanciandoci tutto quello che avevano a portata di mano. Noi non eravamo preparati; ci guardavamo intorno ma potevamo solo restituire al mittente quello che ci aveva lanciato. Giovanni Bollente non si rassegnava e, in preda alla disperazione, cominciò a sputare verso il balcone come un ossesso. Quando iniziarono ad arrivare le prime camionette della celere il nostro gruppo ebbe uno sbandamento; qualcuno cominciò a scappare, perdemmo la compattezza. Solo quando ce li vedemmo addosso capimmo che il grosso dei fascisti era nascosto dietro il muro che circondava le Case minime. Erano armati anche loro di manganelli, noi potevamo dare solo calci e pugni. Più tardi ci ritrovammo quasi tutti in piazza San Vitale; io avevo perso gli occhiali, ma Giovanni Bollente aveva lasciato sul campo un ciuffo di capelli ricevendone in cambio sette punti di sutura. Il giorno dopo tutto il rione sapeva che ad avvisare i suoi camerati era stato Gennaro Zorzi
E da quel momento per tutti noi, ancora oggi, si chiama Gennaro ‘a zoccola!
domenica 26 ottobre 2008
Difendiamo la scuola pubblica
Il discorso di Calamandrei sulla scuola pubblica che proponiamo in lettura desta impressione. Pronunciato oltre cinquant’anni fa, prefigura il pericolo dello smantellamento della scuola pubblica per far posto ad una scuola del privilegio, una scuola ove «si fabbricano gli elettori di un certo partito», uomini e donne «senza carattere, senza fede, senza opinioni», una scuola «di partito o di setta». E, perché ciò avvenga, non c’è bisogno di un totalitarismo confessato, di un nuovo fascismo dichiarato. In una società che, a parole, si dice democratica, lo smantellamento della scuola pubblica può essere morbido. Può essere il frutto – ci ricorda Calamandrei – di un «totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre ma che sono pericolosissime». Ciò può accadere quando vi sia al potere un «partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura». La via soft che questo blocco dominante percorre per impadronirsi delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado al fine di trasformarle in scuole privatizzate per ricchi e potenti è la seguente: «Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori – si dice – di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private».
Come si vede, c’è poco da aggiungere. L’attacco alla scuola pubblica, dalle elementari all’Università, è sotto gli occhi di tutti, in Italia ma non solo (in Francia, ad esempio, il 4 novembre prossimo l’Assemblea nazionale esaminerà il bilancio dell’istruzione che prevede la soppressione di 11.200 posti nel 2008 e di 13.500 nel 2009, dopo gli 8.500 già tagliati nel 2007). Il taglio dei fondi e del personale, il razzismo delle “classi di inserimento” per gli immigrati, il discredito gratuito della scuola proprio in quanto pubblica e democratica sono proposte operative del governo italiano presentate come le nuove frontiere dell’eccellenza educativa e didattica, mascherate, rispettivamente, dalla retorica sull’efficienza, sull’integrazione e sullo svecchiamento organizzativo/conoscitivo. Il lessico dell’azienda, dell’efficienza, della produttività, dell’eccellenza, applicato alla scuola pubblica, serve a far passare il messaggio (indiretto, ma non per questo meno cruento) di un cambiamento della sua natura e dei suoi fini. Quale natura, quale fine? Sono ancora le parole di Calamandrei ad insegnarcelo, oltre la cortina di “belle cose” che la riforma Gelmini propaganda («fumo, scenari, inchieste, questionari» e, diremmo noi oggi, sondaggi): «(…)questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito».
Pare che quel domani sia oggi. Occorre vigilare. Ma forse non è sufficiente solo tenere d’occhio «i cuochi di questa bassa cucina» (Calamandrei), anche i commensali (gli insegnanti, i professori, gli studenti, i genitori) devono assumersi la loro parte di responsabilità, evitando di farsi incantare da brutte sirene. In un recentissimo bel romanzo ci viene ricordato che «…la macchina dello Stato è fatta del medesimo impasto di sabbia friabile del materiale che macina, un granello dopo l’altro. Esiste perché tutti sono d’accordo che esista, perfino, e spesso fino all’ultimo istante, le sue stesse vittime. …Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato – soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l’uomo sono io, siete voi» (J. Littel, Les Bienveillantes, 2006, tr. it., Le Benevole, Torino, Einaudi, 2007, pp. 22-23). Occorre, perciò, sulla scuola pubblica, una presa di coscienza collettiva, senza alibi. Non lasciarsi vincere dallo scoramento dice Calamandrei e soprattutto resistere per riaffermare la «continuità della coscienza morale».(Nota introduttiva di Luciano Patruno)
DIFENDIAMO LA SCUOLA DEMOCRATICA
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma, 11 febbraio 1950, pubblicato in “Scuola democratica”, periodico di battaglia per una nuova scuola (Roma), IV, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5
Cari colleghi,
noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle Università, affratellati in questo esercizio quotidiano di altruismo, in questa devozione giornaliera al domani, all’avvenire che noi prepariamo e che non vedremo, che è l’insegnamento. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola.
Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Quale è la scuola che noi difendiamo? Quale è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo?
Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto.
Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’articolo 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà.
Vedete, amici, io non sono un pedagogista, non sono un esperto di questioni scolastiche. Io sono un giurista abituato per abito mentale a vedere di tutti i problemi l’aspetto giuridico. E quindi anche del problema della scuola, quale si presenta oggi a questo congresso, sarò portato naturalmente a vedere gli aspetti giuridici, costituzionali. Mi dispiace per l’amico Targetti, che ha detto con la sua solita amabilità, che si riprometteva di divertirsi ad ascoltarmi. Non si divertirà, non vi divertirete; ma cercherò di dirvi delle cose esatte e chiare perché nell’affrontare e nel risolvere i problemi, bisogna prima di tutto avere esatta consapevolezza dei loro termini.
La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della repubblica, la magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue. Gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che porta a tutti gli altri organi, giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita.
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società.
Vi ho detto che io sono un giurista; ma ho l’abitudine, che mi deriva forse un po’ da una certa affezione toscana al disegno ben fatto, di associare i concetti giuridici e politici a qualche immagine, che poi mi serve ad affezionarmi a questi concetti. Ora, quando io penso a questo concetto della classe dirigente aperta in continuo rinnovamento, che deriva dall’affluire dal basso di questi elementi migliori, cui la scuola deve dare la possibilità di affiorare, mi viene in mente (se c’è qui qualche collega botanico mi corregga se dico degli errori) una certa pianticella che vive negli stagni e che ha le sue radici immerse al fondo, che si chiama la vallisneria e che nella stagione invernale non si vede perché è giù nella melma. Ma quando viene la primavera, quando attraverso le acque queste radici che sono in fondo si accorgono che è tornata la primavera, da ognuna di queste pianticelle comincia a svolgersi uno stelo a spirale, che pian piano si snoda, si allunga finché arriva alla superficie dello stagno: e insieme con essa altre cento pianticelle e anche esse in cerca del sole. E quando arriva su, ognuna, appena sente l’aria, fiorisce, ed in pochi giorni la superficie dello stagno, che era cupa e buia, appare coperta da tutta una fioritura, come un prato.
Anche nella società avviene, dovrà avvenire qualche cosa di simile. Da tutta la bassura della sorte umana originaria, dall’incultura originaria dovrà ciascuno poter lanciare su, snodare il suo piccolo stelo per arrivare a prendere la sua parte di sole. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’articolo 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei publicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei publicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra repubblica, domandiamoci: come è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di stato. Lo stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuola statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma – scusate se io vi faccio una specie di commento esegetico, piuttosto pedantesco – lo stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo stato ha una funzione di realizzazione. Lo stato non si deve limitare a porre i principi platonici, ideali, teorici della costituzione delle scuole. Le deve costituire in conformità, con fedeltà a questi principi. Istituire, realizzare tutte le scuole, di tutti gli ordini. E questo non deve fare a titolo, direi quasi, di campionario. Lo stato non deve dire: io faccio una scuola come modello: poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è la espressione di un altro articolo della Costituzione dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’articolo 51: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni. Questo strumento è la scuola pubblica, democratica; della quale è stato detto esattamente da un caro amico, da Guido Calogero:
Attraverso la struttura dei programmi e del metodo didattico e la piena apertura della scuola a insegnanti ed a studenti di ogni convincimento e di ogni religione, senza alcuna preferenza di parte per gli uni e per gli altri, la scuola pubblica assicura che ogni voce sia presente, che nessuna verità venga insegnata senza essere anzitutto messa in dubbio nel pacato confronto con le verità opposte, che l’acquisizione dei convincimenti abbia luogo non sotto la pressione di una mentalità dogmatica, ma nello spirito della libera discussione critica, solo capace di non far dimenticare i contemporanei diritti dei convincimenti altrui.
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano – con certe garanzie che ora vedremo – alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratici, che lo stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della repubblica, la scuola dello stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: 1) che lo stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. 2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le scuole private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.
Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo sperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori – si dice – di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: 1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione. E badate che è già largamente impiegata, se non proprio nel campo della scuola, per esempio nel campo dell’assistenza scolastica, dove ci sono cifre inaudite, incredibili, decine di miliardi, si riesce a sapere dove sono andati a finire e se sono andati alle scuole pubbliche. Dove siano andati gli altri non si riesce a saperlo. Soltanto, senza bisogno di tanta fantasia, si riesce ad immaginarlo.
Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.
Voi vi rendete conto che nella situazione catastrofica in cui si trova la scuola pubblica, si arriva a delle cifre paurose. Si parla di obbligo dell’istruzione, ma ci sono in Italia più di due milioni di ragazzi che si sottraggono all’obbligo dell’istruzione scolastica perché mancano cinquantamila aule; ed intanto si verifica una cosa veramente straordinaria. In Italia vi è la disoccupazione dei maestri. In Italia, dove ci sono tanti ragazzi che mancano della istruzione fondamentale, ci sono quarantamila maestri disoccupati, perché mancano le scuole!
Dunque, in questa situazione tragica è una follia, è un delitto pensare che lo stato, invece di concentrare nella scuola pubblica tutte le risorse del piccolo bilancio dell’istruzione (piccolo in confronto di altri bilanci che voi sapete quali sono) si metta a distribuire il denaro alle scuole private.
Negli stati in cui la scuola privata è in fiore, sono i privati che danno allo stato il contributo della loro ricchezza, per accrescere la vitalità scolastica della nazione. Non il rovescio: cioè che sia lo stato che dimentica di fare il minimo necessario per la propria scuola e che poi disperde i suoi pochi denari in questa specie di protezionismo scolastico che consiste nel dare sussidi alle scuole private.
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’articolo 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo stato”.
Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche come quelle di chi sostiene: per questo articolo 33, un privato, se vuole istituire una scuola non ha diritto di rivolgersi allo stato per essere sussidiato al momento iniziale; ma una volta istituita la scuola, l’articolo 33 non vieta che ci si rivolga allo stato per avere successivamente un sussidio. Ed anche se diritto non c’è ci si rivolge allo stato, ed in certi casi c’è il buon cuore. Lo stato può, se vuole, alle scuole già istituite, dare un sussidio.
Ora, vedete, io credo che, dato questo testo, così com’è, non si possa negare che in casi eccezionalissimi lo stato possa dare un sussidio a scuole private. L’articolo 33 dice soltanto che non c’è diritto, ma bisogna che mettiamo in chiaro questo punto. Quindi mi pare che debba essere nostra cura e vostra, nel Congresso in cui discuterete anche questo punto di reclamare che questo articolo, nella prossima riforma, sia completato con disposizioni le quali garantiscano che questi sussidi dello stato alle scuole private possano essere dati soltanto in casi eccezionalissimi, attraverso controlli, e non già con il beneplacito del solo ministro, il quale è certamente persona imparziale, ma potrebbe anche venire in seguito un ministro che non sia imparziale. Quindi sussidio, sì ma con un controllo preciso, di organi il più possibile indipendenti. Io penso che potrebbe essere la commissione legislativa della Camera o del Senato per l’istruzione.
Questo o altro sistema che si escogiti, è un problema da esaminare attentamente.
Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla. È strano che in certi documenti ufficiali, indubbiamente senza cattiva volontà, siano sfuggite frasi che possano far pensare a questa figura troppo nota della frode alla legge.
È venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico. Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare.
Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo stato ed ha un sussidio un assegno.
Disse il ministro: “È un argomento che per la sua novità non può non dare motivo a incertezze e a discordi pareri”. Certo, certo. Però confido che voi non sarete di discorde parere e che sarete tutti contrari, perché è un ragionamento che è basato su un sofisma. Il cittadino che paga due volte! Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.
Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri!
Ora, il ragionamento che è stato fatto non dal ministro, ma da chi gli ha preparato queste argomentazioni, è un ragionamento incoerente che non tiene conto della realtà giuridica delle norme alle quali si riferisce. Notate che lo stesso ministro ha invocato, e questo è il caso più grave e singolare, l’articolo 34 della Costituzione. Ha detto: “questo assegno familiare a queste persone che mandano i loro figli alla scuola privata, la Costituzione lo permette: c’è l’articolo 34”. L’articolo 34, dopo aver enunciato che i capaci ed i meritevoli hanno diritto di ricevere l’istruzione anche la più elevata, aggiunge che per rendere effettivo questo diritto la repubblica istituisce borse di studio, assegni alle famiglie, ed altre previdenze, che devono essere attribuite per concorso. Ma cosa centra l’articolo 34 con gli assegni familiari? Questo articolo prevede solo che ci siano giovani che hanno speciali attitudini per continuare gli studi ed a costoro si debbano fornire i mezzi per concorso. Qui si tratta di cambiare le carte in tavola.
Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito.
Poi, nella riforma, c’è la questione della parità.
L’articolo 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali”.
Come sapete, questa parola parità venne fuori anche qui da un compromesso politico. Si parlò prima di pareggiamento, di parificazione, parole che avevano un certo significato preciso, poi, nell’articolo della Costituzione la parola parità.
Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo stato, lo dice lo stesso articolo 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità.
Nella relazione della riforma è venuta fuori un’altra idea ed un altro paragone giuridico.
Il ministro Gonella ha un cattivo avvocato che lo consiglia, perché tutte le volte che parla di cose giuridiche dice cose che non hanno alcun fondamento. Nella relazione si dice che siccome nella Costituzione c’è il diritto alla scuola privata, per effetto di ciò (sono parole della relazione), si deve ritenere che ormai, per aprire una scuola privata non vi sia più bisogno della autorizzazione preventiva, la quale d’ora in avanti potrebbe essere sostituita dalla “notifica”, analogamente a quanto è stabilito dalla legge sulla stampa. In altri termini, ogni cittadino e ogni ente che si propone di aprire una scuola privata, dovrà notificare l’apertura alla autorità scolastica e sarà compito di questa di accertare in seguito se sussistono alcune condizioni inderogabili relative sia al soggetto che apre la scuola, sia alla scuola stessa.
Ora, questa questione della libertà della scuola privata che c’entra con la libertà di stampa? In materia scolastica, prima di tutto, c’è il dovere ed il potere dello stato di istituire scuole sue. Lo stato ha il dovere di insegnare, ma non il dovere di pubblicare, di stampare. La stampa può essere un’attività riservata interamente ai privati. Ma la scuola prima di tutto deve essere una attività, una funzione che lo stato svolge da sé, deve svolgere in quel modo che ho detto, e l’attività privata scolastica è solo un complemento di quella dello stato. È lo stato che deve istituire scuole, è lo stato che stabilisce il livello scolastico degli studi e si accerta che le altre scuole corrispondano a questo livello. E poi, vedete, anche nel paragone alla libertà di stampa c’è il trucco avvocatesco. L’articolo 21 che dice: la stampa non può essere soggetta a limitazione, non esclude che le leggi stabiliscano per la stampa una quantità di limitazioni preventive.
Neanche per la stampa è sempre vero che questo diritto si possa esercitare senza alcuna autorizzazione preventiva, ma soltanto con una notifica.
Ora, non c’è un articolo che dica che la scuola privata non può essere soggetta a limitazioni.
La riforma della scuola merita una discussione approfondita e serena. Di fuori si vede una quantità di belle cose. Fumo, scenari, inchieste, questionari. Una grande commissione ha lavorato. Hanno preso un palazzo ed in questo palazzo hanno lavorato intensamente. Passando di là si vedevano luci sempre accese e facevano ricordare le luci di Palazzo Venezia quando si passava sotto le finestre.
Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola.
Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, la onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che anche la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari.
Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre Università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi.
E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia.
Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire.
Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.
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Come si vede, c’è poco da aggiungere. L’attacco alla scuola pubblica, dalle elementari all’Università, è sotto gli occhi di tutti, in Italia ma non solo (in Francia, ad esempio, il 4 novembre prossimo l’Assemblea nazionale esaminerà il bilancio dell’istruzione che prevede la soppressione di 11.200 posti nel 2008 e di 13.500 nel 2009, dopo gli 8.500 già tagliati nel 2007). Il taglio dei fondi e del personale, il razzismo delle “classi di inserimento” per gli immigrati, il discredito gratuito della scuola proprio in quanto pubblica e democratica sono proposte operative del governo italiano presentate come le nuove frontiere dell’eccellenza educativa e didattica, mascherate, rispettivamente, dalla retorica sull’efficienza, sull’integrazione e sullo svecchiamento organizzativo/conoscitivo. Il lessico dell’azienda, dell’efficienza, della produttività, dell’eccellenza, applicato alla scuola pubblica, serve a far passare il messaggio (indiretto, ma non per questo meno cruento) di un cambiamento della sua natura e dei suoi fini. Quale natura, quale fine? Sono ancora le parole di Calamandrei ad insegnarcelo, oltre la cortina di “belle cose” che la riforma Gelmini propaganda («fumo, scenari, inchieste, questionari» e, diremmo noi oggi, sondaggi): «(…)questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito».
Pare che quel domani sia oggi. Occorre vigilare. Ma forse non è sufficiente solo tenere d’occhio «i cuochi di questa bassa cucina» (Calamandrei), anche i commensali (gli insegnanti, i professori, gli studenti, i genitori) devono assumersi la loro parte di responsabilità, evitando di farsi incantare da brutte sirene. In un recentissimo bel romanzo ci viene ricordato che «…la macchina dello Stato è fatta del medesimo impasto di sabbia friabile del materiale che macina, un granello dopo l’altro. Esiste perché tutti sono d’accordo che esista, perfino, e spesso fino all’ultimo istante, le sue stesse vittime. …Gli uomini comuni di cui è composto lo Stato – soprattutto in periodi di instabilità -, ecco il vero pericolo. Il vero pericolo per l’uomo sono io, siete voi» (J. Littel, Les Bienveillantes, 2006, tr. it., Le Benevole, Torino, Einaudi, 2007, pp. 22-23). Occorre, perciò, sulla scuola pubblica, una presa di coscienza collettiva, senza alibi. Non lasciarsi vincere dallo scoramento dice Calamandrei e soprattutto resistere per riaffermare la «continuità della coscienza morale».(Nota introduttiva di Luciano Patruno)
DIFENDIAMO LA SCUOLA DEMOCRATICA
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma, 11 febbraio 1950, pubblicato in “Scuola democratica”, periodico di battaglia per una nuova scuola (Roma), IV, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5
Cari colleghi,
noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle Università, affratellati in questo esercizio quotidiano di altruismo, in questa devozione giornaliera al domani, all’avvenire che noi prepariamo e che non vedremo, che è l’insegnamento. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola.
Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Quale è la scuola che noi difendiamo? Quale è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo?
Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto.
Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’articolo 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà.
Vedete, amici, io non sono un pedagogista, non sono un esperto di questioni scolastiche. Io sono un giurista abituato per abito mentale a vedere di tutti i problemi l’aspetto giuridico. E quindi anche del problema della scuola, quale si presenta oggi a questo congresso, sarò portato naturalmente a vedere gli aspetti giuridici, costituzionali. Mi dispiace per l’amico Targetti, che ha detto con la sua solita amabilità, che si riprometteva di divertirsi ad ascoltarmi. Non si divertirà, non vi divertirete; ma cercherò di dirvi delle cose esatte e chiare perché nell’affrontare e nel risolvere i problemi, bisogna prima di tutto avere esatta consapevolezza dei loro termini.
La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della repubblica, la magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue. Gli organi ematopoietici, quelli da cui parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi, che porta a tutti gli altri organi, giornalmente, battito per battito, la rinnovazione e la vita.
La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società.
Vi ho detto che io sono un giurista; ma ho l’abitudine, che mi deriva forse un po’ da una certa affezione toscana al disegno ben fatto, di associare i concetti giuridici e politici a qualche immagine, che poi mi serve ad affezionarmi a questi concetti. Ora, quando io penso a questo concetto della classe dirigente aperta in continuo rinnovamento, che deriva dall’affluire dal basso di questi elementi migliori, cui la scuola deve dare la possibilità di affiorare, mi viene in mente (se c’è qui qualche collega botanico mi corregga se dico degli errori) una certa pianticella che vive negli stagni e che ha le sue radici immerse al fondo, che si chiama la vallisneria e che nella stagione invernale non si vede perché è giù nella melma. Ma quando viene la primavera, quando attraverso le acque queste radici che sono in fondo si accorgono che è tornata la primavera, da ognuna di queste pianticelle comincia a svolgersi uno stelo a spirale, che pian piano si snoda, si allunga finché arriva alla superficie dello stagno: e insieme con essa altre cento pianticelle e anche esse in cerca del sole. E quando arriva su, ognuna, appena sente l’aria, fiorisce, ed in pochi giorni la superficie dello stagno, che era cupa e buia, appare coperta da tutta una fioritura, come un prato.
Anche nella società avviene, dovrà avvenire qualche cosa di simile. Da tutta la bassura della sorte umana originaria, dall’incultura originaria dovrà ciascuno poter lanciare su, snodare il suo piccolo stelo per arrivare a prendere la sua parte di sole. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.
Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’articolo 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei publicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei publicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra repubblica, domandiamoci: come è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di stato. Lo stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuola statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma – scusate se io vi faccio una specie di commento esegetico, piuttosto pedantesco – lo stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo stato ha una funzione di realizzazione. Lo stato non si deve limitare a porre i principi platonici, ideali, teorici della costituzione delle scuole. Le deve costituire in conformità, con fedeltà a questi principi. Istituire, realizzare tutte le scuole, di tutti gli ordini. E questo non deve fare a titolo, direi quasi, di campionario. Lo stato non deve dire: io faccio una scuola come modello: poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è la espressione di un altro articolo della Costituzione dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’articolo 51: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni. Questo strumento è la scuola pubblica, democratica; della quale è stato detto esattamente da un caro amico, da Guido Calogero:
Attraverso la struttura dei programmi e del metodo didattico e la piena apertura della scuola a insegnanti ed a studenti di ogni convincimento e di ogni religione, senza alcuna preferenza di parte per gli uni e per gli altri, la scuola pubblica assicura che ogni voce sia presente, che nessuna verità venga insegnata senza essere anzitutto messa in dubbio nel pacato confronto con le verità opposte, che l’acquisizione dei convincimenti abbia luogo non sotto la pressione di una mentalità dogmatica, ma nello spirito della libera discussione critica, solo capace di non far dimenticare i contemporanei diritti dei convincimenti altrui.
Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano – con certe garanzie che ora vedremo – alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratici, che lo stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
La scuola della repubblica, la scuola dello stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: 1) che lo stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. 2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le scuole private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo stato, non motivo di abdicazione.
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.
Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo sperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori – si dice – di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: 1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. 2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. 3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione. E badate che è già largamente impiegata, se non proprio nel campo della scuola, per esempio nel campo dell’assistenza scolastica, dove ci sono cifre inaudite, incredibili, decine di miliardi, si riesce a sapere dove sono andati a finire e se sono andati alle scuole pubbliche. Dove siano andati gli altri non si riesce a saperlo. Soltanto, senza bisogno di tanta fantasia, si riesce ad immaginarlo.
Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.
Voi vi rendete conto che nella situazione catastrofica in cui si trova la scuola pubblica, si arriva a delle cifre paurose. Si parla di obbligo dell’istruzione, ma ci sono in Italia più di due milioni di ragazzi che si sottraggono all’obbligo dell’istruzione scolastica perché mancano cinquantamila aule; ed intanto si verifica una cosa veramente straordinaria. In Italia vi è la disoccupazione dei maestri. In Italia, dove ci sono tanti ragazzi che mancano della istruzione fondamentale, ci sono quarantamila maestri disoccupati, perché mancano le scuole!
Dunque, in questa situazione tragica è una follia, è un delitto pensare che lo stato, invece di concentrare nella scuola pubblica tutte le risorse del piccolo bilancio dell’istruzione (piccolo in confronto di altri bilanci che voi sapete quali sono) si metta a distribuire il denaro alle scuole private.
Negli stati in cui la scuola privata è in fiore, sono i privati che danno allo stato il contributo della loro ricchezza, per accrescere la vitalità scolastica della nazione. Non il rovescio: cioè che sia lo stato che dimentica di fare il minimo necessario per la propria scuola e che poi disperde i suoi pochi denari in questa specie di protezionismo scolastico che consiste nel dare sussidi alle scuole private.
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’articolo 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo stato”.
Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche come quelle di chi sostiene: per questo articolo 33, un privato, se vuole istituire una scuola non ha diritto di rivolgersi allo stato per essere sussidiato al momento iniziale; ma una volta istituita la scuola, l’articolo 33 non vieta che ci si rivolga allo stato per avere successivamente un sussidio. Ed anche se diritto non c’è ci si rivolge allo stato, ed in certi casi c’è il buon cuore. Lo stato può, se vuole, alle scuole già istituite, dare un sussidio.
Ora, vedete, io credo che, dato questo testo, così com’è, non si possa negare che in casi eccezionalissimi lo stato possa dare un sussidio a scuole private. L’articolo 33 dice soltanto che non c’è diritto, ma bisogna che mettiamo in chiaro questo punto. Quindi mi pare che debba essere nostra cura e vostra, nel Congresso in cui discuterete anche questo punto di reclamare che questo articolo, nella prossima riforma, sia completato con disposizioni le quali garantiscano che questi sussidi dello stato alle scuole private possano essere dati soltanto in casi eccezionalissimi, attraverso controlli, e non già con il beneplacito del solo ministro, il quale è certamente persona imparziale, ma potrebbe anche venire in seguito un ministro che non sia imparziale. Quindi sussidio, sì ma con un controllo preciso, di organi il più possibile indipendenti. Io penso che potrebbe essere la commissione legislativa della Camera o del Senato per l’istruzione.
Questo o altro sistema che si escogiti, è un problema da esaminare attentamente.
Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla. È strano che in certi documenti ufficiali, indubbiamente senza cattiva volontà, siano sfuggite frasi che possano far pensare a questa figura troppo nota della frode alla legge.
È venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico. Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare.
Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo stato ed ha un sussidio un assegno.
Disse il ministro: “È un argomento che per la sua novità non può non dare motivo a incertezze e a discordi pareri”. Certo, certo. Però confido che voi non sarete di discorde parere e che sarete tutti contrari, perché è un ragionamento che è basato su un sofisma. Il cittadino che paga due volte! Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.
Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri!
Ora, il ragionamento che è stato fatto non dal ministro, ma da chi gli ha preparato queste argomentazioni, è un ragionamento incoerente che non tiene conto della realtà giuridica delle norme alle quali si riferisce. Notate che lo stesso ministro ha invocato, e questo è il caso più grave e singolare, l’articolo 34 della Costituzione. Ha detto: “questo assegno familiare a queste persone che mandano i loro figli alla scuola privata, la Costituzione lo permette: c’è l’articolo 34”. L’articolo 34, dopo aver enunciato che i capaci ed i meritevoli hanno diritto di ricevere l’istruzione anche la più elevata, aggiunge che per rendere effettivo questo diritto la repubblica istituisce borse di studio, assegni alle famiglie, ed altre previdenze, che devono essere attribuite per concorso. Ma cosa centra l’articolo 34 con gli assegni familiari? Questo articolo prevede solo che ci siano giovani che hanno speciali attitudini per continuare gli studi ed a costoro si debbano fornire i mezzi per concorso. Qui si tratta di cambiare le carte in tavola.
Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito.
Poi, nella riforma, c’è la questione della parità.
L’articolo 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali”.
Come sapete, questa parola parità venne fuori anche qui da un compromesso politico. Si parlò prima di pareggiamento, di parificazione, parole che avevano un certo significato preciso, poi, nell’articolo della Costituzione la parola parità.
Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo stato, lo dice lo stesso articolo 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità.
Nella relazione della riforma è venuta fuori un’altra idea ed un altro paragone giuridico.
Il ministro Gonella ha un cattivo avvocato che lo consiglia, perché tutte le volte che parla di cose giuridiche dice cose che non hanno alcun fondamento. Nella relazione si dice che siccome nella Costituzione c’è il diritto alla scuola privata, per effetto di ciò (sono parole della relazione), si deve ritenere che ormai, per aprire una scuola privata non vi sia più bisogno della autorizzazione preventiva, la quale d’ora in avanti potrebbe essere sostituita dalla “notifica”, analogamente a quanto è stabilito dalla legge sulla stampa. In altri termini, ogni cittadino e ogni ente che si propone di aprire una scuola privata, dovrà notificare l’apertura alla autorità scolastica e sarà compito di questa di accertare in seguito se sussistono alcune condizioni inderogabili relative sia al soggetto che apre la scuola, sia alla scuola stessa.
Ora, questa questione della libertà della scuola privata che c’entra con la libertà di stampa? In materia scolastica, prima di tutto, c’è il dovere ed il potere dello stato di istituire scuole sue. Lo stato ha il dovere di insegnare, ma non il dovere di pubblicare, di stampare. La stampa può essere un’attività riservata interamente ai privati. Ma la scuola prima di tutto deve essere una attività, una funzione che lo stato svolge da sé, deve svolgere in quel modo che ho detto, e l’attività privata scolastica è solo un complemento di quella dello stato. È lo stato che deve istituire scuole, è lo stato che stabilisce il livello scolastico degli studi e si accerta che le altre scuole corrispondano a questo livello. E poi, vedete, anche nel paragone alla libertà di stampa c’è il trucco avvocatesco. L’articolo 21 che dice: la stampa non può essere soggetta a limitazione, non esclude che le leggi stabiliscano per la stampa una quantità di limitazioni preventive.
Neanche per la stampa è sempre vero che questo diritto si possa esercitare senza alcuna autorizzazione preventiva, ma soltanto con una notifica.
Ora, non c’è un articolo che dica che la scuola privata non può essere soggetta a limitazioni.
La riforma della scuola merita una discussione approfondita e serena. Di fuori si vede una quantità di belle cose. Fumo, scenari, inchieste, questionari. Una grande commissione ha lavorato. Hanno preso un palazzo ed in questo palazzo hanno lavorato intensamente. Passando di là si vedevano luci sempre accese e facevano ricordare le luci di Palazzo Venezia quando si passava sotto le finestre.
Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola.
Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, la onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che anche la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari.
Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre Università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi.
E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia.
Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire.
Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.
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sabato 25 ottobre 2008
Compagno lambrusco, compagna lambrusca
I vini della libertà
Voglio spiegare al mondo perché il Lambrusco è l’unico vino di libertà.
Lo spiego io, perché io li ho conosciuti bene: Libero e Libera, Spartaco, Lenin, Emma detta la Rossa, Solidea e Solidario, Comunardo, Rivoluzio. Tutti battezzati con il Lambrusco.
Nelle case del popolo, costruite in faccia alle chiese, frizzante e rosso il sugo nelle uve reggiane e modenesi colava sulle fronti di quei bambini, figli di socialisti e anarchici, per aspersorio un cucchiaino: “Io ti battezzo Libertà”.
Sgocciolavano su quei destini nomi forti, densi, carichi, non mitologici: Reclus, Eliseo, Jenner, Luisa, Giordano Bruno, Juarés. Nomi che sei già grande appena nato. “Io ti battezzo Eguaglianza”. Il fascismo ne fece strage, bestiale, anche all’anagrafe: di Comunardo restò solo Nardo.
Erano gocce di un prodotto vivo, profumato di terra, effervescente, rosso, nero in bottiglia. L’acqua stagnante dei battesimali, ferma, stantia, al confronto sbiadiva. In quelle chiese piccole e innalzate al cielo si pensava ad altrove, il naso per aria. Noi nelle case del popolo tenevamo i piedi per terra e le facevamo più larghe e basse che potevamo, perché più ampie erano, più donne e uomini potevano contenere, a cercare qui, il loro paradiso proletario.
Esiste dalla notte dei tempi, il Lambrusco, da Romolo e Remo. Vitigni selvatici, ribelli, incontrollati. Non facili da governare, da trattare con rispetto. È Lambrusco, ma anche Lambrusca, e questo piaceva a noi donne anarchiche di Santa Croce, con la lavalliére al collo in segno di emancipazione.
I vecchi anarchici lo ricordavano con orgoglio: “Mé sun stèe batzèe cun al Lambròsc”. Trovate un altro vino al mondo così. E che sappia innaffiare i tortelli e i cappelletti antifascisti così bene, che ti alzi da tavola con la voglia di cantare. Cercate pure, io brindo con voi a Lambrusco.
Reggio Emilia, 30 Ottobre 2004
La cuoca rosso-nera
Ripescato da "Al Gallo Rosso - Osteria della Politica"
Serata molto animata al Gallo Rosso. Dalla “Raccolta dei fatti notevoli” è saltata fuori una delle ultime lettere di Gaetano Arfè, scritta nell’ottobre del 2006 ai redattori napoletani de La Repubblica intorno ai “ disservizi, i dissesti e gli sperperi delle corti e dei cortili del reame di Napoli”.
Tutti quelli che, come noi, bevono i vini di libertà l’hanno, all’unanimità, considerata il suo testamento politico:
“…Si è detto e si è scritto che nella società attuale si è venuta sempre più perdendo la capacità di indignarsi che un tempo agiva da freno alle manifestazioni di malcostume.
Si è detto e si è scritto che è venuto scemando il comune senso del pudore, quello per il quale ci si asteneva da certi atti per non perdere il rispetto del proprio prossimo.
Si è detto e si è scritto che l’etica non è mai stata così brutalmente calpestata come da quando, ogni giorno, se ne parla e si invocano o addirittura si propongono codici di condotta morale le cui regole sono già tutte scritte da tempo immemorabile nei dieci comandamenti e codificate senza equivoci dai moderni legislatori.
Si è detto e si è scritto che lo sprofondamento avvenuto nella società italiana, nel suo costume, nel suo modo di far politica aveva un nome, il berlusconismo.
Non si è detto o non si è detto abbastanza che il male è più profondo e che se Berlusconi ne è stata l’incarnazione più vistosa, più imponente e anche più pittoresca, il fenomeno ha la sua origine immediata nella svalutazione programmata della politica, nella dissoluzione dei partiti, nel predominio della decantata società civile che è complice necessaria di ogni forma di malcostume, spesso l’ispiratrice e anche la fonte.
In molti casi la malafede – si può anche considerarle come delle attenuanti – si associa al provincialismo e all’incultura.
Non si è detto ancora che coloro i quali, e sono tanti, si oppongono con gli strumenti loro propri al dilagare di questa pestilenza, che ispira in molti la tentazione dell’evasione da una città che ne è colpita come poche altre, hanno il diritto a non sentirsi soli, ad avere intorno una vasta rete di solidarietà, a essere destinatari di un ringraziamento collettivo da parte di quanti non vogliono perdere la speranza.”
Tutti in piedi, alziamo il bicchiere: A Gaetano Arfè!
Voglio spiegare al mondo perché il Lambrusco è l’unico vino di libertà.
Lo spiego io, perché io li ho conosciuti bene: Libero e Libera, Spartaco, Lenin, Emma detta la Rossa, Solidea e Solidario, Comunardo, Rivoluzio. Tutti battezzati con il Lambrusco.
Nelle case del popolo, costruite in faccia alle chiese, frizzante e rosso il sugo nelle uve reggiane e modenesi colava sulle fronti di quei bambini, figli di socialisti e anarchici, per aspersorio un cucchiaino: “Io ti battezzo Libertà”.
Sgocciolavano su quei destini nomi forti, densi, carichi, non mitologici: Reclus, Eliseo, Jenner, Luisa, Giordano Bruno, Juarés. Nomi che sei già grande appena nato. “Io ti battezzo Eguaglianza”. Il fascismo ne fece strage, bestiale, anche all’anagrafe: di Comunardo restò solo Nardo.
Erano gocce di un prodotto vivo, profumato di terra, effervescente, rosso, nero in bottiglia. L’acqua stagnante dei battesimali, ferma, stantia, al confronto sbiadiva. In quelle chiese piccole e innalzate al cielo si pensava ad altrove, il naso per aria. Noi nelle case del popolo tenevamo i piedi per terra e le facevamo più larghe e basse che potevamo, perché più ampie erano, più donne e uomini potevano contenere, a cercare qui, il loro paradiso proletario.
Esiste dalla notte dei tempi, il Lambrusco, da Romolo e Remo. Vitigni selvatici, ribelli, incontrollati. Non facili da governare, da trattare con rispetto. È Lambrusco, ma anche Lambrusca, e questo piaceva a noi donne anarchiche di Santa Croce, con la lavalliére al collo in segno di emancipazione.
I vecchi anarchici lo ricordavano con orgoglio: “Mé sun stèe batzèe cun al Lambròsc”. Trovate un altro vino al mondo così. E che sappia innaffiare i tortelli e i cappelletti antifascisti così bene, che ti alzi da tavola con la voglia di cantare. Cercate pure, io brindo con voi a Lambrusco.
Reggio Emilia, 30 Ottobre 2004
La cuoca rosso-nera
Ripescato da "Al Gallo Rosso - Osteria della Politica"
Serata molto animata al Gallo Rosso. Dalla “Raccolta dei fatti notevoli” è saltata fuori una delle ultime lettere di Gaetano Arfè, scritta nell’ottobre del 2006 ai redattori napoletani de La Repubblica intorno ai “ disservizi, i dissesti e gli sperperi delle corti e dei cortili del reame di Napoli”.
Tutti quelli che, come noi, bevono i vini di libertà l’hanno, all’unanimità, considerata il suo testamento politico:
“…Si è detto e si è scritto che nella società attuale si è venuta sempre più perdendo la capacità di indignarsi che un tempo agiva da freno alle manifestazioni di malcostume.
Si è detto e si è scritto che è venuto scemando il comune senso del pudore, quello per il quale ci si asteneva da certi atti per non perdere il rispetto del proprio prossimo.
Si è detto e si è scritto che l’etica non è mai stata così brutalmente calpestata come da quando, ogni giorno, se ne parla e si invocano o addirittura si propongono codici di condotta morale le cui regole sono già tutte scritte da tempo immemorabile nei dieci comandamenti e codificate senza equivoci dai moderni legislatori.
Si è detto e si è scritto che lo sprofondamento avvenuto nella società italiana, nel suo costume, nel suo modo di far politica aveva un nome, il berlusconismo.
Non si è detto o non si è detto abbastanza che il male è più profondo e che se Berlusconi ne è stata l’incarnazione più vistosa, più imponente e anche più pittoresca, il fenomeno ha la sua origine immediata nella svalutazione programmata della politica, nella dissoluzione dei partiti, nel predominio della decantata società civile che è complice necessaria di ogni forma di malcostume, spesso l’ispiratrice e anche la fonte.
In molti casi la malafede – si può anche considerarle come delle attenuanti – si associa al provincialismo e all’incultura.
Non si è detto ancora che coloro i quali, e sono tanti, si oppongono con gli strumenti loro propri al dilagare di questa pestilenza, che ispira in molti la tentazione dell’evasione da una città che ne è colpita come poche altre, hanno il diritto a non sentirsi soli, ad avere intorno una vasta rete di solidarietà, a essere destinatari di un ringraziamento collettivo da parte di quanti non vogliono perdere la speranza.”
Tutti in piedi, alziamo il bicchiere: A Gaetano Arfè!
venerdì 24 ottobre 2008
La preghierina di Brunetta

Lui, si proprio Lui, è il mio pastore: nulla mi manca.
Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lontano dai cortei agitati.
Egli mi ristora l'anima,
mi conduce per sentieri secondari, per amore del Suo nome.
Quand'anche camminassi nel pieno di un corteo Cobas,
io non temerei alcun male, perché Lui è con me;
Il Suo bastone e la Sua carota mi danno sicurezza.
Per me Lui imbandisce la tavola, sotto gli occhi dei fannulloni;
cosparge di olio il mio capo; la mia coppa trabocca.,
a volte mi presta anche le Sue scarpe alate
Certo, beni e bontà m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita;
e (forse) io abiterò nella casa delle libertà, se Dio (cioè Lui) vuole,
ancora per lunghi giorni.
giovedì 23 ottobre 2008
Il Vesuvio

“Quelli che amano i bei quadri della natura non trascurino di andare a vedere il Vesuvio dalla cima del monte Somma”Scipione Breislak, 1798
Cosa sappiamo veramente del Somma-Vesuvio?
Cominciamo, intanto, con una cosa veramente curiosa. E, cioè, col fatto che la storia e la letteratura ci offrono una impressionante varietà nella denominazione di questo nostro monte: Vesuvius, Vesubius, Vesebius, Bebius, Besubim, Besbius, Besvius,Vesbius, Hesbius, Vesulus, Vesurus alle quali tutte non mancò una schiera immensa di commentatori. Un grande geografo e storico quale fu il Giustiniani riferisce che, a tutto il 1793, si conoscevano almeno 160 scrittori “delle cose del Vesuvio”. Il Canonico Jorio cita una raccolta di oltre 300 dissertazioni sul Vesuvio tra fogli volanti, opuscoli ed opere, dei quali più di 100 erano state composte tra il 1627 e il 1632. Negli “Atti del Regio Istituto d'incoraggiamento alle scienze naturali di Napoli” del 1861 si sottolinea che “del memorabile fuoco del 1631 vansi meglio che ottante narratori fra poeti e prosatori”
Giuseppe del Re, nel suo Viaggio artistico da Napoli a Salerno annota che vi fu pure qualche antico scrittore che chiamò il Vesuvio Maevius o Maeulus.
Gaspare Paragallo nella sua Istoria naturale del monte Vesuvio, Pubblicata a Napoli da Giacomo Raillardi nel 1705 tra l’altro scrive che Galeno attribuì al monte di Somma il nome di Lesbius dai popoli Lesbj che vi abitarono
Per quanto riguarda l’etimologia, ancora da Galeno si ha che questo monte fu all’origine “…addimandato Besbsius Vesvius o Vesbius a cagione del fuoco e Vesbius lo chiama anche Stazio
… ubi Vesbius egerit iras Aemula Trinacriis volvens Incendia flambi… ed un’altra volta Vesevus “…insani solatur damna Vesevi…”
Marco Valerio Marziale (nel IV libro degli epigrammi) ed altri fanno derivare il nome Vesbius da Vesbio capitano de Pelasgi il quale un giorno signoreggiava quel monte
Al contrario, in una sorta di guida turistica stampata e distribuita in Napoli dal tipografo G. Nobile, si legge che “…il nome osco o pelasgico di Vesbio significa fuoco estinto, (Napoli e il luoghi celebri delle sue vicinanze stab. Tip. G. Nobile, 1845).
Di Vesbio enosigeo (il Vesuvio scuotitore della terra) scrive il poeta Paolo Emilio Imbriani (Napoli
1808 – 1877) ne L’arpa 1863 in Giovanni Russo(a cura di), I poeti pomiglianesi, antologia, 1990
Silio Italico, invece, lo chiama Vesevo “…Monstrantur Veseva juga atque in vertice summo” così come Virgilio nelle Georgiche II, “…Talem dives arai Capua vicina Vesevo”
Il Mancinelli ed il Laudino concordano nel ritenere che Vesevo derivi da Vesvia in latino favilla cioè monte di fuoco e di faville.
La denominazione di Vesuvius, stando a quello che afferma Nicola Corcia nella sua Storia delle due Sicilie V. I Deriverebbe dal sanscrito Vasu che era il nume del fuoco presso gli Indiani. A sostegno di questa sua tesi cita un vulcano nei monti di Al Burz localmente denominato Vasuv ayatana o dimora di Vasu .
Molto più realisticamente oggi si ritiene che l’etimo del nome italico Vesuvius, come ci conferma Verena Lindtner in un recentissimo saggio apparso nei primi mesi del 2008 per i tipi di GRIN Verlag, derivi dalle radici indoeuropee “aues” illuminare o “eus” bruciare. Il ceppo nominale “Uěsěo” si è modificato con il tempo in “ Vesevus”.
La parola appare abbastanza tardi in Italia: in latino la parola Vessuvius è attestata in L.Cornelius Sisenna, libro IV.
“Il primo ad attestarci l’oronimo Vessuvius è Sisenna, mentre la forma scempia della esse, con cui il nome si è affermato, ha la sua prima testimonianza come aggettivo in uno Iovi Vesuvio di Varrone. Virgilio ci tramanda un aggettivo Vesaevus che troviamo come sostantivo in Stazio, il quale ha però pure un Vesuvinus apex, ovvero “il cono vesuviano”. Altre forme pervenute dall’antichità latina sono Vesvius e Vesevus, adoperati per la prima volta come sostantivi da Valerio Flacco, mentre il nome Vesbius lo si trova solo in Marziale. I Vesbia rura, i campi vesuviani, sono ricordati da Columella per la coltivazione dei cavoli,… Concordi sono stati a lungo gli studiosi nel trovarne l’etimo in radice indoeuropea *aues = illuminare, aurora, oro, o *eus = ardere, riconoscibile anche in Vesta, la dea del focolare, confrontandole con quella osca *fesf = vapore, proposta da T. Benfey. Sennonché l’intrico di questioni sollevate dal diverso vocalismo e dal cambio d’iniziale fanno scegliere l’origine di piena trasparenza dalle antiche basi accadiche di wasu ed ebu che compongono il toponimo di “monte luminoso”. Amedeo Messina –Toponimi campani
La forma Vesuvius è adoperata da Marcus Terentius Varro (Varrone) nel De re rustica I 6,3 e I 15, oltre che dal già citato Marziale (Hic est pampineis viridis Vesuvius umbris.)
La forma Vesuvius in seguito viene utilizzata spesso accoppiata alla parola mons.
Publio Papinio Stazio riporta sia la denominazione Vesuvius apex (il cono del Vesuvio) che il sostantivo Vesaevus in Silviae III 5,72; IV 8,5.
Altre forme attestate sono Vesvius e Vesevus, utilizzate da Gaio Velerio Flacco Argonatica III 209; IV 507
E’ opinione degli studiosi che la maggior parte dei vulcani abbiano denominazioni che sono sinonimi di “fuoco”: e come Vesuvio verrebbe dalla radice sanscrita “vasu”, fuoco, così Etna nascerebbe dalla radice indoeuropea “idh” o “aidh”, cioè “ardere”, e così perfino Fuijsan, nome del vulcano giapponese, verrebbe dalla radice orientale “fuij”, fuoco.
Assolutamente cervellotica poi, appare la tesi di Camillo Tutini, un sacerdote seguace di Masaniello, che nel 1649, volendo interpretare un'eruzione del vulcano come un incitamento a scacciare gli Spagnoli, sostenne che Vesuvio viene dall'espressione latina “vae suis”, cioè “guai a suoi”.
Dal 21 ottobre al 18 novembre, tutti in biblioteca

Martedì 28 ottobre ore 17.oo
Gabriele Frasca legge Paginette
di Antonio Pizzuto.
Martedì 4 novembre ore 17.oo
Vincenzo Consolo legge Le città del mondo di Elio Vittorini
Martedì 18 novembre
Dacia Maraini legge Casa paterna di Maria Messina
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La Facoltà di Architettura è in assemblea.
Sabato 25 ottobre 2008 dalle ore 12.00, Cortile di Via Forno Vecchio, 36, facoltà di architettura
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Contro una riforma ottusa e senza ragione
contro i tagli indiscriminati alla ricerca
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