mercoledì 29 ottobre 2008

Quarant'anni dopo


Nel 1968 avevo vent’anni. Mi ero appena trasferito dall’Università di Bari al Magistero di Salerno che era diventato statale da pochissimo, lasciandomi alle spalle il rinvio militare assicurato, un esame di Storia della letteratura italiana e quattro, interminabili viaggi nelle Puglie a bordo della vecchia “850” del compianto Leonardo Papagni, suonatore di pianoforte amico indispensabile, prima alle superiori e poi, per alcuni anni, all’Università. La sede del Magistero si trovava, allora, in pieno centro. La raggiungevo quasi sempre in autostop con la Napoli-Salerno, un po’ perché, spesso, la prima tappa erano gli uffici di segreteria che si trovavano a qualche centinaio di metri dal casello di Salerno, ma, soprattutto, per aggiungere le mille lire del biglietto ferroviario alle duecentocinquanta giornaliere che costituivano la mia “paghetta” settimanale. L’atmosfera che si respirava in quell’Ateneo, anche in quel periodo passato alla storia, era del tutto tranquilla, assopita, banalmente quotidiana. La maggior parte degli studenti era di chiara estrazione cattolica, per non dire conservatrice. Molti erano lì per conseguire il Diploma in vigilanza, una sorta di laurea triennale ante litteram che consentiva la partecipazione ai concorsi per Direttore didattico. I più anziani avevano cominciato la loro formazione in un Istituto universitario che, non essendo ancora statale, non consentiva eccessi di…laicità. Di quello che era già accaduto negli Stati Uniti e che, allora, stava accadendo in Francia, Germania e, di lì a poco, a Trento, a Roma e a Milano, ben pochi sembravano avere consapevolezza. A parte qualche tazebao sul Che o su Mao, sistemati alla meglio nell’androne dell’edificio e qualche sporadico tentativo di volantinaggio, la maggioranza degli studenti del corso di Pedagogia o di Lettere moderne, fece la conoscenza del “sessantotto” durante gli esami di gruppo, inaugurati a Salerno, nel 1969, dal grande Roberto Mazzetti, ad uno dei quali ho avuto l’ineguagliabile piacere di partecipare. Gli esaminandi venivano fatti accomodare, dal solerte assistente prof. Acone, in gruppi di dieci nella prima fila dell’aula. Mazzetti passeggiava avanti e indietro conversando/interrogando….e poi partiva indicando col dito ogni studente: 18… 21…. 25… 18…. 18…Insomma, se uno era sveglio e, approfittando dello smarrimento generale, cambiava di posto al libretto, passava da un 18 a un 25 con grande facilità. Naturalmente il “sessantotto” non penetrò nell’Università di Salerno solo con questo originale espediente didattico. I testi da studiare per quell’esame, infatti, erano “L’uomo a una dimensione” di Marcuse ( il vero guru della contestazione studentesca americana) e un poemetto in versi scritto dallo stesso Mazzetti con l’emblematico titolo di “Questa è la bara dell’Università”.
In quel periodo abitavo a Fuorigrotta e nel tempo libero dallo studio frequentavo un ristretto gruppo di amici, sempre gli stessi fin dai tempi della scuola media o delle partitelle a sei sul campetto delle Scuole Pie Napoletane. Sul finire degli anni ’60 i giovanotti che volevano atteggiarsi vestivano in un certo modo. Oggi va di moda il finto usato, allora, invece (almeno a Napoli), la regola era l’usato-usato, l’usato garantito.
I cappottini e le giacche di velluto a coste andavamo a comprarli a Resina.
Seguendo quelli tra noi più navigati, ci svegliavamo all’alba perché, come ripeteva sempre Giovanni Bollente, bisognava “arrivare propreto nel momento in cui quando aprono le balle…Ce simme spiegati? ” Per scegliere il meglio” aggiungeva Gennaro Zoccola (che, poi, da sposato cambiò il cognome facendosi chiamare Zorzi):
Di pomeriggio ci incontravamo nei giardinetti di Piazza San Vitale, sempre rigorosamente alle 18,30 quando io e Gennaro e qualche altro avevamo smesso di studiare e Giovanni Bollente, che era operaio in una ditta all’Ilva di Bagnoli, aveva terminato il turno e s’era fatto la mezza sciacquata. Ci sedevamo su una di quelle grandi panchine di ferro, proprio di fronte al Bar Galano; Gennaro sfogliava distrattamente Sport sud, io aspettavo il mio turno per farmi un tiro dalla super senza filtro di Giovanni. Guardavamo ‘e femmene che passeggiavano sempre, rigorosamente, almeno in coppia, litigavamo per Montefusco e Juliano, qualcuno si inventava trame di film mai visti…Poi tutto cambiò. Gennaro si scoprì missino e cominciò a frequentare il Fronte della Gioventù nella sezione del M.S.I di via Lepanto. Poco dopo io, Giovanni Bollente e il fratello Ciro ci iscrivemmo alla FGCI di via Cariteo. Ma lo facemmo così, giusto per accompagnare Giovanni che lo desiderava fortemente e anche perché quelli del quartiere che si incontravano all’azione cattolica dell’Immacolata erano noiosi e senza fantasia o, se proprio dobbiamo dire la verità, per una sorta di vendetta postuma contro padre Ciccone che, quando eravamo più piccoli, sistematicamente, se la prendeva sempre con Giovanni Bollente che, non avendo studiato il latino, non riusciva mai a recitare correttamente il Requiem Aeternum. Timidamente cominciammo ad assistere alle prime riunioni nella “…sezione comunista più forte, dopo quella di Bagnoli”: uno strazio indicibile! Giovanni pendeva dalle labbra dei diversi oratori, estasiato; Ciro fettiava quelle due o tre ragazze presenti; io mi domandavo perché mai mi trovassi lì e con lo sguardo cercavo invano, tra i tanti giornali e settimanali, sparsi qua e là sul tavolo, almeno una pagina, anche vecchia, di Sport sud. E intanto quelli parlavano di cortei, di Parigi, di Università occupate, di studenti e operai che dovevano unirsi nella lotta. E io pensavo alla paciosa e sonnolente Salerno, a quei quattro capelloni che si affannavano a distribuire volantini e, subito dopo, andare di corsa nell’aula per seguire la lezione
Poi una sera venne a parlare uno studente del Politecnico e io smisi di cercare quella famosa pagina di Sport sud. Quasi piangendo ci disse che il rettore dell’Università di Roma aveva chiesto l’intervento della polizia per far sgomberare l’università occupata, che c’erano stati degli scontri e che poi i neofascisti, guidati da alcuni parlamentari del MSI, avevano assaltato la facoltà di legge ferendo in maniera molto grave il leader del movimento studentesco Oreste Scalzone. Ci alzammo tutti in piedi; il frastuono delle voci e delle sedie spostate con violenza attirò l’attenzione di un gruppo di operai, tra cui Giovani Bollente, che stava tenendo una riunione sindacale nell’altra stanza; poi accorsero anche il segretario della sezione, quattro o cinque del direttivo e i due pensionati che si occupavano della diffusione de L’Unità. Lo studente del Politecnico non ebbe neanche il tempo di ripetere le notizie che già eravamo tutti in strada. Il segretario della sezione cercò, senza successo, la via della moderazione; poi, insieme ad un paio del direttivo, si distaccò dal corteo. Giovanni Bollente cominciò a gridare: “ A via Lepanto…Tutti a via Lepanto!”. Qualche negoziante spaventato abbassò la serranda; il piccolo corteo ( eravamo più o meno una ventina) raggiunse in pochi minuti il Politecnico e da lì, cresciuto di qualche unità, si diresse verso la sezione del MSI di via Lepanto. Il frastuono, il blocco del traffico e il vocione di Giovanni Bollente che continuava a ripetere: “ A via Lepanto…tutti a via Lepanto…”non potevano passare inosservati.
Quando arrivammo a via Lepanto i fascisti ci stavano aspettando. Sette o otto sul balcone della sezione ci dileggiavano, provocandoci col saluto romano e lanciandoci tutto quello che avevano a portata di mano. Noi non eravamo preparati; ci guardavamo intorno ma potevamo solo restituire al mittente quello che ci aveva lanciato. Giovanni Bollente non si rassegnava e, in preda alla disperazione, cominciò a sputare verso il balcone come un ossesso. Quando iniziarono ad arrivare le prime camionette della celere il nostro gruppo ebbe uno sbandamento; qualcuno cominciò a scappare, perdemmo la compattezza. Solo quando ce li vedemmo addosso capimmo che il grosso dei fascisti era nascosto dietro il muro che circondava le Case minime. Erano armati anche loro di manganelli, noi potevamo dare solo calci e pugni. Più tardi ci ritrovammo quasi tutti in piazza San Vitale; io avevo perso gli occhiali, ma Giovanni Bollente aveva lasciato sul campo un ciuffo di capelli ricevendone in cambio sette punti di sutura. Il giorno dopo tutto il rione sapeva che ad avvisare i suoi camerati era stato Gennaro Zorzi
E da quel momento per tutti noi, ancora oggi, si chiama Gennaro ‘a zoccola!

1 commento:

Nando ha detto...

Mi è piaciuto molto. Bel racconto!